Il tempo che pretendo…

Era entrato in quella casa ancora bambino e ne stava uscendo uomo.
In un giorno freddo di ottobre stava per chiudersi per l’ultima volta quella porta dietro le spalle. Una porta che era stata sempre aperta e accogliente.
Ora era li, davanti a una delle sue finestre a guardare il quadrato di cielo che si intravedeva sopra la sua testa.
Stranamente non sentiva niente. Lui che di solito era sempre stato così attaccato alle emozioni. Lui che le voleva vivere fino all’ultima goccia, Fino in fondo. Magari senza darlo a vedere. Ma fino in fondo. Proprio quel “lui”…ora non sentiva niente.
Si limitava a stare li a guardare il cielo sentendosi già, lontano anni luce da quella realtà.
Aveva buttato l’anima in quelle 4 mura. In quell’angolo di libertà, di amore. E ora veniva buttato fuori inesorabilmente da un qualcosa di incomprensibile. Una situazione ancora non metabolizzata del tutto.  O forse metabolizzata fin troppo, perchè d’altra parte la vita è così. Viene mossa da ‘cose” o incomprensibili o fin troppo comprensibili…quasi banali.

Tutto intorno a lui era cambiato in quegli anni. Sensazioni, sapori, comportamenti e odori non erano più gli stessi di quando lo stesso “lui”, con qualche cm di gambe e cervello in meno,  si sbucciava le ginocchia in quel prato incendiato di pieno agosto.

Non era più tempo di continuare. Lo sentiva. Le situazioni lo avevano portato a credere che il suo destino fosse altrove e che, lentamente nel tempo, si era limitato a essere vissuto dalla vita e non a viverla. Si era limitato a controllare il lento scandire dei secondi. 60 in un minuto. 3600 in un ora. Battito dopo battito. Come quello del proprio cuore che lentamente, li in quella situazione, stava fermandosi inesorabilmente. Si stava calcificando all’interno del suo alloggiamento. Non sentiva più il brivido dei primi tempi, non amava, non fremeva, non si bloccava di colpo per poi ripartire a spron battuto.

Tutta quella apatia, quella mancanza di sensazioni, era dettata da un qualcosa che bloccava. Un tappo emotivo che non lo lasciava respirare a fondo e che non gli lasciava più il tempo materiale di scegliere di prendersi del tempo. Fermarsi in mezzo alla strada in una mattina di primavera a contemplare un qualcosa che piaceva a lui e solo a lui. Un fiore mosso dalla brezza, un uccellino che becchetta tra i piedi frettolosi dei passanti o un barbone che ride di gusto davanti allo sfrigolare del suo bidone fiammeggiante. Si era arreso al lento NON evolversi di quella sua parte di vita.

Io non sono altro che un umile narratore. Niente e nessuno potrà elevarmi a saccente profeta o professore. Credo fermamente nella vita e nei battiti che la fanno essere unica in mezzo a tutte le altre.  Questa cosa fin quando era dentro quella casa, lui (o lei, ora non è più importante il sesso del protagonista innominato di questa storia), non riusciva a coglierla fino in fondo. Ora che con la mente era già lontano km da li, da quella situazione, da quella sicurezza inconsapevole che rende tutto routine, iniziava a comprenderla e a farla scorrere dentro se.

Alla fine era lampante una cosa. Era entrato in quella casa ancora bambino e ne stava uscendo uomo.

– dedicato a Deasense –

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...