Kissing the rain

Il cielo nero di Milano piange lacrime di pioggia. 18.54 mi muovo lento verso la metropolitana. Scendo a Moscova con qualche gocciolina di pioggia aggrappata disperatamente alla mia giacca e passo le macchinette per timbrare i biglietti.

Davanti a me cammina una ragazza stretta nella sua giacca grigia a 3/4. Scarpe da tennis, jeans consumati e capelli legati distrattamente, scruta lo schermino del suo minuscolo cellulare sopra pensiero. Orde di persone le passano intorno ma insieme formiamo un “tandem”  e le tagliamo come burro. Ci fermiamo d’improvviso, come se tutte e due ce lo fossimo ordinati con un linguaggio estraneo alla parola e rimaniamo li, divisi da pochi passi, a guardarci intorno. Davanti a noi, a farci da contraltare, altre persone anonime fanno esattamente i nostri stessi movimenti. Il monitor dice “4 minuti”.

Attesa.

Da lontano, dopo qualche momento si sente l’inconfondibile sferragliare di un treno in avvicinamento. I piedi si avvicinano in automatico alla linea gialla, gli sguardi tesi che si sporgono un po’ per vedere la carrozza migliore e più vivibile. Tensione. Nell’aria c’è tensione e tutto è perfettamente armonico. Si aprono le porte, tutti si parano davanti, attimo di completo smarrimento. Po i quelli più svegli si fanno da parte, fanno scendere qualcuno rimbrottati dai vecchietti di turno che sbuffano irrequieti, e poi si rifugiano nei loro seggiolini. La cosa allucinante è che sembra come se i sedili fossero delle carrozze monoposto all’interno di carrozze più grandi. Nessuno guarda chi ha vicino non più di un attimo. Il tempo di leggere il titolo dell’articolo sul giornale che ha aperto l’altro, o il titolo del libro che ha in mano (il più delle volte facendo la faccia scocciata di quello che “questi libri li leggeva a 3 anni e mezzo”).

Lei è entrata ed è proprio al mio fianco. Rimaniamo così, sfiorandoci reciprocamente per 3 interminabili fermate. La mano di lei sul tubo alto scoprendo un orologio di plastica bianco e un polso etereo. Mi da l’impressione che sia l’unico polso in grado di fare tutti quei gesti leggeri che fa di solito una ballerina durante i suoi volteggi. Sento dentro di me un misto di eccitazione e inquietudine. E’ bello averla a fianco . Me la immagino correre in mezzo alle margherite di un campo immenso e stupendo invaso di sole e di felicità. Lo schermo che ho davanti, che di solito trasmette senza sosta informazioni di servizio sulle linee della metropolitana e sulle promozioni Atm, ora ha al suo interno solo la nostra immagine riflessa. Due ragazzi, un uomo e una donna fermi in una serata piovosa diretti chissà dove che il “destino” porterà lontani anni luce l’uno dall’altra a breve.

E così succede. Mentre mi perdo in questi pensieri sento uno sbuffo d’aria più fredda e al suo posto, accanto a me, è salito un ragazzino piegato dal peso della sua cartella. Mi guarda. Lo guardo. Penso che abbia letto, in fondo ai miei occhi, la mia disperazione lieve. Non so perchè ma ogni volta che io vado in metropolitana, o comunque riesco a trovare il tempo di girare Milano con calma, mi succede di incontrare persone che vorrei conoscere, con cui vorrei passare più tempo di quello che il fatto di essere sconosciuti ci offre.

Non so perchè. Non ha senso. In quel preciso istante dai due auricolari che ho nelle orecchie parte questa canzone. E’ dei Pearl Jam e si intitola Thumbing my way. Nell’uscire dalla metropolitana ho sentito crescere dentro di me l’emozione e mi sono ritrovato, per qualche secondo, fermo sul posto con la faccia rivolta al cielo. L’acqua che mi bagnava il viso, la musica che andava, la gente che, indifferente da quel mio attimo perfetto, mi correva attorno. E’ stato bellissimo. Forse nessuno si sarà reso conto di quella mia sensazione. Io si…e dopotutto…quello è l’importante…

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