La testa frulla

Ieri per un motivo e per l’altro son risaltate fuori delle vecchie fotografie, a casa degli amici di sempre. Sarebbe fin troppo facile farsi prendere dalla nostalgia dei tempi che furono.  Non lo farò. La sento per alcune cose ma non farò questo errore. E’ stato strano però. Andare indietro di 10 anni e vedermi con gli occhi del presente.

Tutti sappiamo che la vita è come un libro game. I libri game erano quei romanzi (per lo più di fantascienza o puro fantasy), diffusissimi alla fine degli anni ’80, che davano la possibilità al lettore di decidere tra vari sviluppi della trama. Ad un certo punto della lettura appariva la domanda fatidica “Vuoi che Tizio prosegua il suo viaggio verso il Mondo Emerso o vuoi che Caio uccida Tizio?” e tu, come uno spietato boia medievale, decidevi la sorte del povero Tizio. In sintesi, in questi libri come nella vita, bisogna affrontare delle scelte. Bisogna prediligere una strada e lasciarne indietro 1000 altre.

Bisogna decidere, ad esempio, di lasciare una persona durante una storia d’amore, per proseguire la propria crescita e permettere all’altro di  iniziare la sua. E questo bisogna poterlo fare,  senza influenze esterne. Liberi da catene e corde. Senza giudizi ne pregiudizi.

Per questo, in determinate situazioni, non capisco le persone che si ostinano a voler sempre e comunque dire la loro. A voler giudicare cose che, fino a prova contraria, non appartengono a nessun altro se non ai diretti interessati. Cose delicate, che hanno mille sfaccettature come un diamante preziosissimo e tenuto lontano da occhi indiscreti.
Queste persone si dividono in due tipi fondamentali:

– i “Parole di miele” che preferiscono un approccio più soft. Usano frasi come “d’altra parte meglio ora che poi” o “..pensa se ci fossero stati bambini” oppure “..si chiude una porta e si apre un portone” (che poi questa non l’ho mai capita. Dietro una porta da chiudere ci dev’essere ovunque,  per forza, un portone da aprire?? Io di case ne ho viste abbastanza nella mia vita e ho provato a vedere anche un appartamento, una stanza, delle scale, un ballatoio, un grande magazzino…insomma…bah…). Amano solitamente parlare al telefono e tengono la voce bassa e pacata. Sono mielosi e subdoli perchè con questa tecnica minano la tranquillità (già di per sè minata) della persona  che, ricodiamolo, è nella disperazione più totale. La fanno pensare a quello che è appena finito come un qualcosa destinato a questa fine,  non capendo che per il diretto interessato non esiste nient’altro che il pensiero di aver perso tutto.

– i “Ti faccio montar su la rabbia” che invece sono decisi, superbi, attenti a mostrare tutta l’arrabbiatura (vera o presunta) per una situazione che, ripeto e sottolineo, non è loro ma sentono come tale. Usano frasi come “quello era uno scemo” (usata anche al femminile con epiteti variabili) o “non ti meritava” (personalmente la detesto) oppure “ti ha preso in giro per troppo tempo…io lo sentivo ma non ti ho detto niente perchè ti vedevo felice….” (!!!!). Le usano facendosi sfuggire il fatto che per far sentire la vicinanza a una persona basta anche solo la propria muta presenza fisica.

Ora.

Le intenzioni sono quasi sempre apprezzabili, lo ammetto, ma sembra che in questi momenti non si possa stare in silenzio. Che ci sia un codice che tutti (o quasi…) leggiamo alla nascita, che ci impone di dire la nostra, di dare un conforto al nostro amico o conoscente. Senza via di scampo bisogna vomitare addosso al malcapitato/a un vortice di frasi fatte senza senso alcuno, che sono, alla fine, standard per ogni situazione. Frasi pre-confezionate come bigliettini di auguri per una festa. Una tristezza. Dov’è finita la spontaneità?dov’è finita la comprensione di un momento di difficoltà e il successivo “mettersi da parte”?

Quando una persona ci racconta una parte della sua vita è importante (almeno secondo me) lasciarle lo spazio giusto. Darle la possibilità di sfogare tutte le parole che le frullano in testa e metterle in un frullatore che rimane in mezzo tra noi e lei. Se questo frullatore lo si intasa di parole, frasi e comportamenti forzati (non totalmente sentiti…vissuti fino in fondo…spontanei!), a lungo andare il tutto diventa troppo spesso e si blocca.

Si rischia, insomma, che, esplodendo, la caraffa vada a imbrattare, più che noi stessi, la persona che non avrebbe bisogno di essere sporcata. La parte che in quel momento è debole e indifesa. Che ha la testa piena di paranoie. Che, come in un enorme labirinto non riesce a trovare la via d’uscita.

E’ questione di sensibilità. Di sapere il momento in cui bisogna sparire. In cui bisogna lasciare che l’altro parli. In cui bisogna ascoltarlo…fino in fondo….smettendo, almeno per una volta, di ascoltare solo noi stessi.

ovunque
Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...