Eyes…

Prendiamo una sera. Una normale sera d’inverno. Una di quelle che se non stai più che attento gli spifferi freddi ti fanno un gran premio tra gli strati di vestiti. Una di quelle che ha qualcosa di magico e inaspettato. In cui tutti gli elementi di una natura costruita come quella di Milano, sembrano inchinarsi al tuo passaggio e renderti più bello tutto quanto.

Appiccichiamoci dentro due occhi. Due splendidi occhi scuri. Di quelli che quando ti guardano perdi la cognizione del tempo e dello spazio.

Fiori. Uno più uno. Perchè anche in questo preferisco essere un po’ particolare. Non dispari. Un bel pari tondo…di quelli che piacciono a me…(ndr. al sottoscritto i numeri pari son sempre apparsi nella mente come tondi e morbidi mentre i dispari come spigolosi, angolari e duri). Si discute di Mark Knopfler. Una promessa.

Atto primo. Scena: Feltrinelli
un semplice giro “per libri”. Uno sguardo alle chitarre (elettriche e non) esposte in bella mostra (con la malcelata speranza di poter imparare presto a suonarle almeno un po’) e poi su, al piano superiore, a girare tra gli scaffali sempre con i piedi che puntano verso quegli occhi. Il cuore che ha un tuffo ogni volta che mi vengono passati addosso. Un libro per decifrare il linguaggio non verbale e una scatola di vinili da cui ne scelgo uno (ndr.Backspacer – PJ). In cui c’è “la canzone” che più di tutti mi ricorda quegli occhi. Un pensiero stupendo. 4 occhi che vengono in contatto. Casse, Mark Knopfler che ci guarda beffardo da due cd abbandonati in mezzo alle Moleskine, antitaccheggio che suona, guardia giurata ammagliata da quegli occhi e via. Fuori fa davvero freddo. Un semaforo e mi blocco. Sono senza fiato e stiamo solo camminando.

Atto secondo. Scena: a ristorante
1 ora e mezza (circa) di conversazione, Assolutamente non forzata. Assolutamente libera. Tutto ciò che passa in mente si dice con la voracità e la fame di sapere. la voglia di capire cosa c’è oltre quegli occhi. Cosa c’è dentro quel cuore. E ho scoperto un mondo. Soffice, caldo…di quel calore che non fa mancare il fiato ma, anzi, lo favorisce. Non so. E’ difficile da descrivere…quindi lascerò questo compito a un gigantesco boh…che a volte vale più di mille parole! Un bacio lieve per ringraziare del pensiero. Spostiamo le bustine dello zucchero destinato al caffè, mischiandole (ndr. una gialla, una bianca e una blu). Il conto. “Tenga il resto” e via. La birra e il caffè favoriscono un certo riscaldamento degli arti.

Atto terzo. Scena: cinema
il cinema è la dietro quel dedalo di vie buie nel quale, imbacuccati fino ai capelli, ci inerpichiamo. Sempre sentito e mai frequentato. Me lo aspettavo più piccolo e “sgarruppato” invece è bello da vedere. Gradevole direi. Giro nella piccola ma graziosissima libreria. Usciamo e “Sasà”, tipico bigliettaio di Agrigento (..razzistello?…NO NO!) arriva trafelato. Con un piglio da carabiniere in pensione borbotta “ragazzi…biglietti”. Essendo a mezz’ora esatta dall’inizio della proiezione (..e lievemente sconvolto dall’essere propriamente  “wow” che mi trovo a fianco) la mia risposta è netta “No no grazie” come quando incontri un “Vuccumprà” o vengono a suonarti alla porta i venditori di Enciclopedie in 398 volumi (5.99 € a volume dilazioni anche per 3 anni. Un affarone!). Lui mi guarda con una faccia che significa solo “Pirla. Ti strappo il biglietto e poi puoi andartene anche…” ma gli esce un “Ragazzi…fatemi fare il mio lavoro…vi siete appena svegliati?”. Mugugno qualcosa di incomprensibile anche per me e ci sediamo ridendo come bambini per la figuraccia fatta. Un ragazzo attorniato da 2 ragazze alte due soldi di cacio con cappellini orrendi,  si mette davanti a noi a conversare sulla bruttezza del film appena visto. Una figura “cappellata” incombe su di noi dalla vetrata alle nostre spalle. Sasà passa parlando in Agrigentino e si mette a guardare qualcosa in biglietteria. Approfittiamo di questo momento di distrazione per passare inosservati e varcare le tende della sala semi deserta. I posti sono ottimi. Le mie gambe si distendono. Il mio cuore batte forte. Un bacio alla fine del film a suggellare un qualcosa che è partito spontaneo. Non c’è niente di scontato ne di preparato. Non c’è niente di forzato. Tutto esce diretto, sincero…sentito fino in fondo.

Atto quarto. Casa.
La strada scorre troppo rapida fino a casa. Un bacio che lascia ancora il sapore sulla pelle. Uno sguardo a quella figura in bianco che, voltata di spalle, va verso il portone. Imposto il navigatore perchè non ho la minima idea di dove sono. Aspetto fino a quando la figura non sparisce del tutto. Sospiro e via. Tangenziale. Autostrada. Tangenziale. Valassina e casa. Un viaggio passato a cantare. Un viaggio passato ad avere la sensazione di sentire, sotto i polpastrelli, il suo calore sullo schienale del sedile. Un viaggio magico. In cui vengo investito da una pioggia di sale anti-ghiaccio, tentato di fotografare da 4 autovelox sapientemente appostati, in cui vengo superato da 1000 macchine.

Ma fondamentalmente non me ne frega nulla. La vita è adesso. E’ solo un respiro…”Just Breathe”…

Did I say that I need you?
Did I say that I want you?
Oh, if I didn’t now I’m a fool you see,..
No one knows this more than me.

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